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Indagati, imputati, arrestati: l’Udc c’entra (quasi) sempre

In 5 anni di legislatura è lungo l’elenco di esponenti del partito coinvolti in inchieste
di Redazione, 2594 letture - 5 marzo 2006


di Alfredo Pecoraro

PALERMO.E’ il 15 febbraio 2006. Gigi Tomasino ascolta la sentenza dei giudici della terza sezione del Tribunale di Palermo: «Condannato a due anni e 6 mesi di reclusione per turbativa d’asta e falso, con l’aggravante di avere avvantaggiato Cosa nostra». Per l’ex capogruppo dell’Udc alla Provincia di Palermo, dunque, si aprono le porte del carcere. Ma il nome di Tomasino è solo l’ultimo di un lungo elenco di esponenti Udc arrestati, imputati in processi di mafia, indagati o tirati in ballo dai pentiti in questi cinque anni di legislatura del centrodestra in Sicilia.

Dal 2001 ad oggi il simbolo del partito di Salvatore Cuffaro, numero 2 a livello nazionale ma deus ex machina degli eredi della Democrazia cristiana, è salito diverse volte alla ribalta della cronaca giudiziaria. Amministratori, deputati e perfino un sottosegretario di Stato sono coinvolti, a vario titolo, in inchieste aperte nei Palazzi di giustizia di mezza Sicilia: da Palermo a Catania, da Trapani a Caltanissetta.

I guai giudiziari di Cuffaro, imputato per favoreggiamento nel processo per le talpe alla Dda di Palermo e che vede al centro dell’inchiesta il “re” della sanità privata Michele Aiello (considerato prestanome del padrino Bernardo Provenzano), sono solo la punta di un iceberg.

Vincenzo Lo Giudice, mister 21 mila voti ad Agrigento, è alla sbarra per associazione mafiosa. All’ex assessore regionale Udc sono appena stati sequestrati beni per oltre 5 milioni di euro; sotto il mattone della sua camera, gli investigatori hanno trovato 250 mila euro ritenuti frutto di tangenti. Lo Giudice fu arrestato il 29 marzo 2004 nell’ambito dell’operazione “Alta mafia”, assieme ad altre 42 persone, tra cui altri due colleghi di partito: Salvatore Iacono e Gaetano Scifo, consigliere ed ex consigliere ad Agrigento; Rino Lo Giudice (Udc), figlio del deputato, finì nel registro degli indagati e si dimise da presidente del consiglio provinciale di Agrigento.

Giuseppe Salvatore Gambino, sindaco di Roccamena ed eletto in una lista civica vicina all’Udc, sotto il mattone non teneva nulla, in compenso conservava una pistola nel cassetto del suo ufficio in municipio. Arrestato lo scorso 7 febbraio per concorso in associazione mafiosa, Gambino è ritenuto dagli inquirenti il factotum del boss Bartolomeo Cascio.

Così come “organico a Cosa nostra” è considerato Vincenzo Giannone, in quota Udc e presidente del Consiglio comunale di Riesi (Caltanissetta), arrestato nel corso dell’operazione “Odessa”. Di maggiore peso, nell’Udc, era David Costa, deputato regionale ed assessore alla presidenza nella giunta Cuffaro, finito in manette nel novembre del 2005, per concorso in associazione mafiosa. Secondo l’accusa Costa «era interessato a ricevere il sostegno della famiglia mafiosa di Marsala (Trapani)» durante la campagna elettorale del 2001 per le regionali, «a fronte di erogazione di somme di denaro». E promesse di denaro oltre che di posti di lavoro per ottenere i voti della mafia del trapanese, avrebbe fatto Onofrio Fratello, altro deputato regionale Udc ed ex vice sindaco a Erice, accusato di concorso in associazione mafiosa.

Altro big finito nelle maglie della giustizia è Salvatore Cintola, attuale assessore regionale al Bilancio, indagato per concorso in associazione mafiosa. Per due volte le indagini su Cintola erano state archiviate, ma dopo le dichiarazioni del donna-boss pentita Giusy Vitale, il fascicolo è stato riaperto. L’assessore è indicato come «amico personale» del capomafia Giovanni Brusca (ora pentito) e fra gli uomini politici coinvolti nel progetto di Leoluca Bagarella che voleva realizzare il partito di Cosa nostra “Sicilia Libera”. Di Cintola parlano i pentiti Antonino Calvaruso, Balduccio Di Maggio, Mario Santo Di Matteo e Tullio Cannella.

Più critiche le posizioni di Antonio Borzacchelli, ex maresciallo dei carabinieri, eletto deputato regionale nell’Udc e arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulle talpe alla Dda, che coinvolge anche il governatore Cuffaro; e quella di Domenico Miceli, ex assessore Udc nella giunta Cammarata a Palermo, arrestato per associazione mafiosa e accusato di essere il referente del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro e la cerniera tra il clan e la politica.

L’inchiesta su Miceli coinvolge altri esponenti dell’Udc: Roberto Carcione, consigliere comunale a Bagheria, e Leonardo D’Arrigo, consigliere comunale a Palermo, inscritto nel registro degli indagati per rivelazione di segreto d’ufficio e abuso d’ufficio, aggravato dal fatto che avrebbe avvantaggiato Cosa nostra.

Tra i due spicca, però, il nome di Saverio Romano, sottosegretario al Lavoro nel governo Berlusconi, anche lui indagato per concorso in associazione mafiosa, e tirato in ballo dal neo pentito Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale di Villabate, in quota Udc e gola profonda della Procura di Palermo. Campanella, che ha svelato agli inquirenti particolari sulla latitanza di Provenzano, accusa Romano di essere stato eletto grazie ai voti della cosca mafiosa di Bagheria.

Chi non è stato sfiorato da indagini è Massimo Grillo, capogruppo Udc in Commissiona nazionale Antimafia e acerrimo oppositore di Totò Cuffaro. Con le sue denunce, Grillo ha contribuito a svelare gli intrecci tra mafia e politica nel trapanese, mettendo nei guai suoi colleghi di partito. Ecco perché il suo nome è l’unico, al momento, fuori dalle liste per le politiche.

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