Nell’Agro Pontino si registra un’alleanza strategica tra le tre più potenti organizzazioni mafiose che operano nel nostro Paese
di Luigi De Magistris
(parlamentare europeo Idv)
e recenti ordinanze di custodia cautelare eseguite dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli, con riferimento al mercato ortofrutticolo di Fondi, descrivono le modalità di azione della mafia imprenditrice, imponendo alcune riflessioni. La conferma, in primo luogo, che l’organizzazione camorristica denominata clan dei Casalesi è affiliata a Cosa nostra. I Casalesi, ormai da anni, fanno parte di Cosa nostra e insieme a essa hanno operato il capillare controllo di uno dei più importanti - per volume di affari - mercati ortofrutticoli del Paese. I Casalesi sono mafia imprenditrice: offrono impresa e servizi in tutti i settori. Dall’edilizia ai rifiuti, dal commercio all’ingrosso e al dettaglio di prodotti alimentari alle operazioni immobiliari e finanziarie. Agiscono in ogni settore in cui vi sia prospettiva di profitto. I Casalesi hanno referenti nella politica e nelle istituzioni, in tutte le sue articolazioni. Emblematico appare il coinvolgimento del sottosegretario allo Sviluppo economico Nicola Casentino (Pdl), con delega al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), il quale è considerato, dalla magistratura inquirente napoletana, referente politico dei Casalesi. Cosentino è colui il quale nel governo - venuto meno anche Scajola per il suo coinvolgimento nella cricca di Anemone & C. - apre i rubinetti dei soldi pubblici decidendo a chi concedere finanziamenti, sovvenzioni, erogazioni di denaro. Dei contribuenti, ovviamente. Vi sono procedimenti penali che descrivono la capacità dei Casalesi di gestire i finanziamenti pubblici, anche quelli provenienti dall’Unione europea. Si conferma l’intreccio tra economia, mafia e politica che caratterizza l’area in cui opera il Mof di Fondi. Evidenziandosi, in tutta la sua gravità, il mancato scioglimento del Comune di Fondi per le infiltrazioni mafiose. Riprova, qualora ve ne fosse bisogno, di come questo governo - per leggi, provvedimenti amministrativi, azioni e omissioni - stia, giorno dopo giorno, consolidando un sistema intriso di mafia e corruzione. Le più rilevanti saldature tra Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra si registrano nella gestione illegale del denaro pubblico e nel riciclaggio del denaro sporco; nelle strategie politicocriminali messe in atto dalla mafia dei colletti bianchi, quella che opera nella politica, nell’economia, nella finanza, nelle istituzioni, nelle società miste pubblico-private che drenano i soldi pubblici, nelle partecipate, nelle privatizzazioni selvagge. Dove vi sono settori suscettibili di valutazione economica interviene la mafia imprenditrice. Nell’Agro Pontino, tra Fondi e Sabaudia, tra le province di Latina e di Roma, si registra un’alleanza strategica tra le tre più potenti organizzazioni mafiose che operano nel nostro Paese, con un governo che invece di dare segnali inequivocabili, come lo scioglimento del Comune di Fondi, anche per tutelare operatori economici e imprenditori onesti, avalla e consolida il potere di politici e amministratori intrisi di criminalità organizzata. Emblematica, da questo punto di vista, è la vicenda che ha riguardato la posizione del sen. Claudio Fazzone (Pdl).
venerdì 18 giugno 2010
Inceneritori, nucleare, acqua, energie rinnovabili, il ponte: nell’isola una corsa all’oro contrappone grossi gruppi economici e divide la politica. Cambia il baricentro del potere
di Carlo Ruta
Che non si tratti di un rapporto pacifico né scontato è documentato dagli eventi più recenti che stanno interessando il Pdl siciliano e gli altri partiti che sono usciti vincenti dalle elezioni del 2008. Per mesi, il fuoco ha retto sotto la cenere. Ma nell’ultimo anno la situazione è precipitata, con l’esplodere di un vero e proprio conflitto, che se ha investito in pieno i partiti del centrodestra, fino a lacerarli e a sfaldare la coalizione, ha avuto effetti non da poco sul piano generale. Il sostegno conferito dal Pd al secondo governo Lombardo, garantito da dirigenti di prestigio come Giuseppe Lumia, ne è un esito. Il confronto politico che attraversa i partiti è tuttavia solo il dato visibile di uno scontro strutturale, destinato a sommuovere la vicenda siciliana dei prossimi anni. Il centrodestra, che ha governato le maggiori città siciliane, le Province e la Regione dalla metà degli anni Novanta, si direbbe senza interruzione, ha espresso cinque linee economiche. Quelle già deliberate riguardano l’acqua, i termovalorizzatori, le energie rinnovabili, il ponte sullo Stretto. La quinta, più recente, riguarda l’opzione nucleare, che, pure nel merito di una possibile dislocazione in Sicilia, ha trovato dei fermi sostenitori nella siracusana Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, e nel trapanese Antonio D’Alì, presidente della commissione Ambiente del Senato. In tali linee, in grado di movimentare in ogni caso miliardi di euro, si sintetizza in sostanza un percorso politico mirato, che reca a monte strategie e patti egemonici. Il sistema, entrato a regime con il secondo governo Berlusconi, si è mostrato stabile. Negli anni d’oro di Salvatore Cuffaro, quando le politiche energetiche hanno preso a muovere con forza in direzione del Mediterraneo, input decisivi venivano dal gotha industriale, mediati dai poteri istituzionali e politici della capitale. E in sede regionale, lautamente ripagati in termini di influenza e agibilità, si operava di conseguenza, soprattutto attraverso un’agenzia che nel settore delle energie e dell’acqua ha fatto epoca: l’Arra di Felice Crosta. Gli esiti sono più o meno noti. Il gruppo Impregilo, già presente negli appalti delle grandi costruzioni in Sicilia, in altre regioni del Sud, con movenze che in diversi casi hanno animato le cronache, ha imposto la propria egida sul mega affare del ponte, con la società Stretto di Messina. La torinese Acque potabili spa, la Galva di Ottavio Pisante e la Mediterranea acque di Genova, in sintonia con la francese Veolia e la spagnola Aqualia, hanno assunto il controllo dell’acqua siciliana. Il gruppo Falck, leader dell’energia, e Waste Italia si sono aggiudicati il business dei termovalorizzatori mentre l’eolico e il fotovoltaico hanno attratto società come Enel, Eni, Edison ed Edipower. Non sono mancati altresì inserimenti oscuri e sintomatici, come quello della Pianimpianti del calabrese Roberto Mercuri, che per l’allestimento degli inceneritori siciliani ha ottenuto dal gruppo Falck un subappalto per complessivi 500 milioni di euro. Ricomponendo in un certo modo il rapporto fra le economie nazionali e le regioni del Sud, con il sostegno all’iniziativa privata a largo raggio, Berlusconi ha avuto in realtà buon gioco, potendo trarre dalle situazioni che ne sono derivate guadagni politici non indifferenti, che probabilmente hanno pure inciso sulla vittoria del 2008. Forte del decisionismo di Tremonti, che ha ispirato alcune scelte di campo, egli ha incassato consensi da parte del gotha industriale. Ha finito con il convincere altresì, seppure con delle riserve, i salotti finanziari più esigenti e ambiti della Confindustria già titubanti. Al pari degli altri business siciliani, l’operazione del ponte sullo Stretto che il governo, tramite il Cipe, ha già finanziato con un paio di miliardi di euro, può ben motivare, tanto in tempi difficili come quelli odierni, delle aspettative in Piazza affari. Con l’elevarsi delle poste in gioco e con l’accendersi degli appetiti, lungo le linee degli appalti e dei subappalti era tuttavia naturale che si aprissero tensioni. E questo sta avvenendo, in Sicilia, dove il dissidio fra interessi privati e bene pubblico emerge, oggi come ieri, in modo paradossale. I rendiconti sono partiti quando, dopo mesi di indugi, Raffaele Lombardo, pur partecipe alla compagine di maggioranza a Roma, ha deciso di porre in discussione gli equilibri emersi dalla stagione di Cuffaro. A quale scopo? Aderendo alla richiesta della Ue, la nuova giunta regionale ha deciso di archiviare la vicenda dei quattro termovalorizzatori ma, cosa curiosa, il presidente in una lettera recente indirizzata a Berlusconi rivendica il diritto della Regione, cioè suo, di essere partecipe al tavolo che, nella Capitale, dovrà tornare a deliberare in merito. Come stiano realmente le cose lo si scorge comunque sul terreno. Lo stesso governo Lombardo che ha detto no agli inceneritori Falck, perché inquinanti, ha detto sì, agli inizi del 2010, al rigassificatore di Porto Empedocle, che, non meno pericoloso per l’ambiente, verrà realizzato dal gruppo Enel. Ha garantito altresì il proprio assenso per il rigassificatore di Priolo che, malgrado i danni ambientali che già gravano sull’area designata, dovrebbe essere realizzato dal gruppo Erg, dei Garrone, in joint venture con Shell, tramite la società Ionio gas. Riguardo al nucleare, appare infine sintomatico che solo dopo la rottura il sì possibilista degli inizi sia diventato un no perentorio. Si configura in sostanza uno scenario plurimo, di interessi concorrenti che, oltre a spiegare l’autonomismo di Lombardo, chiarifica il senso del “partito del Sud”, che da Gianfranco Miccichè e da altri esponenti del Pdl viene minacciato, al premier, alla Confindustria e al “leghista” Tremonti. Il rapporto fra Berlusconi e la Sicilia è cambiato in realtà in corso d’opera. Quando si è aperta la transizione, nel 1994, la vicenda dell’isola, pur caotica, non è stata lasciata nelle mani di improvvisatori. Tanto Marcello Dell’Utri quanto Miccichè, che hanno composto il telaio del partito, venivano da Fininvest. E il primo, a partire da Palermo, recava già una storia non indifferente. Scommettendo sul ruolo essenziale della Regione nel ripristino degli equilibri, i referenti di Berlusconi si sono mossi altresì ai livelli strutturali, con l’obiettivo di rifondare il patto fra i poteri reali dei territori e Roma, con beneficio di tutte le parti. Sotto i governi di centrodestra, la Sicilia è potuta risultare in effetti fra le Regioni del Sud più saldamente rappresentate nelle istituzioni centrali. E tale rimane ancora oggi, con Schifani alla seconda carica dello Stato, Alfano alla Giustizia, la Prestigiacomo all’Ambiente, e un discreto numero di viceministri, fra cui lo stesso Miccichè, sottosegretario alla Presidenza con delega al Cipe. I conti tuttavia non tornano più, giacché il baricentro decisionale dei grandi affari è andato spostandosi, e si sta facendo il possibile perché venga riportato alle sedi originarie. Non è un caso che in questo momento il “tradizionalista” Dell’Utri, palermitano prima che berlusconiano, faccia intendere di sentirsi più prossimo ai rivoltosi Miccichè e Lombardo che ai “lealisti” Schifani, D’Alì, Alfano e Prestigiacomo.
venerdì 18 giugno 2010
Il pattume sommerge strade e vicoli mentre la riforma Lombardo promette mari e monti. Intanto le cosche continuano a fare affari
di Antonio Pergolizzi
(curatore Rapporto ecomafie
di Legambiente)
Assemblea regionale il 24 marzo scorso ha approvato la riforma degli Ambiti territoriali ottimali per i rifiuti, riducendo le società di gestione da 27 a 10, una per ogni provincia più una società per le isole minori. Un colpo di scena. Una rivoluzione copernicana rispetto al passato, visto che la nuova legge regionale punta - almeno sulla carta - a una seria raccolta differenziata, prevedendo il raggiungimento dell’obiettivo del 20% entro il 2010, che diventerà del 50% entro il 2010 e del 65% entro il 2012. L’unica via di uscita, con le discariche già al collasso, per evitare l’apertura di nuove o la costruzione di inceneritori. Un aspetto fondamentale della riforma è che tutte le assunzioni fatte dai vecchi Ato senza concorso pubblico dopo il 2007, sono ritenute nulle e le nuove società non potranno assumere nuovo personale per tre anni. Una dieta ferrea, dopo lo scialo. Sicuramente un passo avanti, anche se resta da capire la concreta applicazione, e non mancheranno le ostilità di chi con il vecchio sistema s’è finora arricchito alle spalle dei siciliani. Non molleranno facilmente l’osso i clan, quelli che con la spazzatura hanno fatto affari, accumulato tanti piccioli. L’ennesima prova arriva il 26 marzo scorso, quando i carabinieri del Reparto operativo speciale dei carabinieri (Ros) assestano un duro colpo alla mafia agrigentina. Alla più potente cricca del capo bastone e super latitante Giuseppe Falsone: uno che scriveva pizzini al capo mafia Bernando Provenzano, per capirsi. Dall’indagine è emerso il suo interesse sull’appalto per la costruzione e la gestione della discarica di Campobello di Licata e sulla realizzazione di un hard discount nello stesso comune. Su questa discarica, ben nove anni prima, Legambiente Sicilia aveva fatto una denuncia sulla gestione illecita del percolato. Proprio una delle accuse ancora oggi contestate dai magistrati. In totale, il Gip ha fatto scattare nove ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa, concorso in associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni e riciclaggio aggravato. Secondo il pm di Agrigento, Santo Fornasier, almeno dal maggio 2004 e anche dopo la chiusura decretata a giugno 2008, si combinava con le acque meteoriche, creando una commistione pericolosa. Parte del percolato, liquido altamente tossico prodotto dai rifiuti, è finito tramite un’apposita condotta in un torrente a valle della discarica, con gravi danni ambientali. Peraltro, come hanno appurato i tecnici, l’eccessiva presenza del liquido non smaltito avrebbe creato le condizioni per il diffondersi di movimenti franosi nella sponda della discarica e nella strada alla base di una delle vasche. La “professionalità” di Cosa nostra si manifesta in particolare nella gestione dei rifiuti solidi urbani, cioè quelli accumulati nelle nostre case e il cui compito di smaltimento spetta al settore pubblico: oggi agli Ambiti territoriale ottimali (Ato), ieri ai Comuni. Il vecchio sistema delle discariche e dei camion che movimentano senza controlli la spazzatura, infatti, è sempre stato congeniale ai clan. Non sorprende che fino a oggi la raccolta differenziata sia ferma a un misero 6,7 per cento regionale. Delle 2 milioni e 650.000 tonnellate di rifiuti prodotti nell’isola nel solo 2008 (ultimo dato aggiornato), l’89 per cento finisce dritto in discarica. È in questi numeri la cifra del fallimento. Gli effetti nefasti del precedente dell’ex governatore Totò Cuffaro, approvato nel 2002, impostato sulla moltiplicazione degli Ato - giunti fino alla cifra ragguardevole di 27 - e sul ricorso a ben 4 termovalorizzatori, sono sotto gli occhi di tutti. Bollette decuplicate e strade invase da sacchetti di immondizia. E conti in rosso. I debiti accumulati dai precedenti Ato ammontano a circa 800 milioni di euro, di cui 300 milioni già anticipati dalla Regione. Per i magistrati si sono gonfiati i bilanci, fatte assunzioni clientelari senza concorso, autorizzate trasferte d’oro negli Emirati Arabi e assegnazioni di appalti ancora tutti da chiarire. Di fatto, con l’istituzione di questi enti ai Comuni è stato sottratto il compito di gestire il servizio di nettezza urbana, lasciando campo libero a un imponente e dispendioso apparato burocratico. Il miglior brodo di coltura per il malaffare. La moltiplicazione di posti ben retribuiti e di segmenti di nuovo potere ha solo incentivato l’opacità del sistema e i rischi di penetrazioni criminali. L’anomalia del sistema sta anche nella natura giuridica degli Ato, che in Sicilia sono gestiti da spa. a capitale pubblico: Comuni e Province sono gli unici soci. Un escamotage per privatizzare di fatto la gestione dei rifiuti. Circostanza che ha consentito di sottrarre al controllo pubblico le voci di spesa. Secondo la Relazione della Dia, relativa al secondo semestre 2008, questa è una delle strategie adottate dalle organizzazioni mafiose che controllano il territorio: sfruttare i canali che legano le cosche alle amministrazioni locali in modo da arrivare alla creazione di società miste (pubblico-privato) appositamente destinate alla prestazione di servizi in materia ambientale. A proposito di bilanci falsi, a Enna, a gennaio 2010, la Guardia di finanza ha sequestrato alla società che gestisce i rifiuti della provincia somme di denaro e beni per un valore complessivo di 8.915.010,08 euro. Le ipotesi di reato riguardano una serie di falsità nei bilanci e nelle comunicazioni sociali. L’obiettivo, per gli inquirenti, sarebbe stato quello di occultare perdite di esercizio di rilevante entità e ottenere quindi indebite erogazioni pubbliche da parte della Regione Sicilia, attingendo al c.d. “fondo di rotazione”. Le Fiamme gialle hanno così segnalato alla Corte dei conti un presunto danno all’erario per 22.510.243,08 euro. Proprio sull’accertamento del danno alle casse dello Stato si muovono le indagini della Corte dei conti che, nell’ultima relazione presentata dal procuratore generale della Sicilia, Guido Carlino, denuncia la gestione scriteriata degli Ato, con «ripercussioni gravi sulla finanza pubblica». I magistrati contabili puntano il dito sulle attività gestionali degli Ambiti territoriali che definiscono «non sempre accorte», poiché hanno determinato la mancata copertura dei costi dei servizi da una parte, incrementi esponenziali della spesa e dell’indebitamento dall’altra: «Con ricadute evidenti anche nella qualità dei servizi resi ai cittadini». Un altro esempio. L’Amia di Palermo, l’ex municipalizzata che gestisce la raccolta dei rifiuti nel capoluogo siciliano, naviga in un mare di debiti ed è sotto inchiesta per truffa e falso in bilancio: capi d’accusa che hanno portato al rinvio a giudizio dei suoi amministratori. Mentre rimane aperto un terzo filone: quello sugli appalti irregolari. Tra questi, lo strano rapporto dell’azienda palermitana con gli Emirati Arabi. Gli inquirenti spulciando tra le carte hanno scoperto che l’Amia, nel 2006 già in dissesto, sponsorizzava gare di motoscafi off shore a Dubai. Ancora più clamorosa, poi, la vicenda che ha travolto l’Ato Messina 2. Secondo le indagini condotte dalla Guardia di finanza di Milazzo, che ha esaminato i bilanci 2005 e 2006, la società era indebitata prima ancora di partire. Il bilancio sarebbe stato “sistemato” mediante l’iscrizione di crediti e attività inesistenti per un valore di quasi 15 milioni di euro. La Procura ha deciso di citare in giudizio ex amministratori e revisori dei conti dell’Ato. Le ipotesi di reato sono di falso in bilancio e false comunicazioni sociali. Ben 25 Comuni si sono costituiti parte civile, tra i 12 che vi hanno rinunciato c’è quello di Milazzo, secondo per numero di azioni dopo Barcellona.
venerdì 18 giugno 2010
Le indagini sui rapporti tra mafia e istituzioni dello Stato vanno avanti grazie alle sue dichiarazioni. Parla il figlio di don Vito: «Mi sento in pericolo»
di Andrea Cottone
Sono lontani i tempi della “Palermo
da bere”, delle cene nei circoli
esclusivi della città, «adesso
per dare un parvenza di normalità alla
mia famiglia devo andare fuori dall’Italia
». È passato tanto tempo da quando
Massimo Ciancimino era “solo” il quarto
figlio di don Vito, l’ex sindaco di Palermo
condannato per mafia, e “deus ex
machina” dei rapporti fra Cosa nostra e
la politica. Adesso ha una vita blindata,
seguita passo passo dalla sua scorta, ed
è costretto a dire a suo figlio, chiamato
Vito come il nonno, che non si trovano a
Palermo perché stanno facendo i lavori
nella sua cameretta. «Sono otto mesi
che glielo ripeto», dice Massimo senza
nascondere l’amarezza del suo «vivere
male», del pericolo che sente addosso.
«Ovunque vado ho problemi, mi danno
l’auto ma poi me la tolgono perché serve
a qualche politico», racconta lanciando
un allarme: «È questione di tempo,
vedrai che me la fanno». Ciancimino
si sente ancora più in pericolo ora che
le indagini hanno fatto un importante
passo avanti grazie anche al suo contributo.
C’è sempre stata, infatti, nei suoi
interrogatori una linea che non è mai
stata superata, quella che porta dritto
agli apparati. Quella serie di personaggi
“cerniera” fra Cosa nostra e pezzi
di istituzioni, coloro i quali avrebbero
garantito gli accordi e protetto Massimo
Ciancimino fino a quando non si
è deciso a parlare. Ora lui li ha riconosciuti
e ha fornito ulteriori elementi per
identificarli. Un passo avanti. «Siamo
riusciti a individuare i fiancheggiatori
ad alto livello - spiega Ciancimino -
ma di più non posso dire. Ho trovato
gente che mi ha dato fiducia e, di conseguenza,
è cresciuta anche la mia». Si
parla dei magistrati che indagano sulla
trattativa e sulle stragi, rispettivamente
a Palermo e a Caltanissetta, coi quali
ha maturato un’apertura progressiva.
«Ho trovato un ambiente di fiducia ma
bisogna mettere in conto anche le contingenze.
Fino a giugno scorso avevo il
divieto d’espatrio e non potevo consegnare
i documenti che tenevo all’estero.
La prima volta che ho parlato del “papello”
mi hanno guardato come se fossi
un pazzo. Ma intanto era lì, nella cassaforte
di casa mia dove ho subito un
sacco di perquisizioni. Ma nessuno è
andato a cercarlo. Sembrava quasi che
questo documento avesse una sorta
di immunità diplomatica. Sono anche riuscito a far tornare la memoria ad
alcuni», racconta Ciancimino facendo
riferimento ai diversi politici, da Luciano
Violante a Claudio Martelli, che
dopo 18 anni hanno ricordato particolari
riguardo l’attività del Ros dei carabinieri
nel cercare un contatto con Vito
Ciancimino nel 1992 - l’anno del delitto
Lima - le stragi di Capaci e via D’Amelio
e l’omicidio di Ignazio Salvo, esattore
delle tasse e grande elettore della
corrente andreottiana della Dc in Sicilia.
E proprio contro i politici Massimo
Ciancimino si schiera, soprattutto dopo
l’interpellanza urgente presentata da
54 parlamentari al guardasigilli Angelino
Alfano, in cui chiedeva al ministro
se Massimo fosse indagato per mafia.
«Sono sulla buona strada», spiega con
sarcasmo dopo aver commentato l’iniziativa leggendola come un “avvertimento”
del mondo politico «proprio in
un momento in cui sto cercando di fare
chiarezza su coinvolgimenti istituzionali
in fatti gravi». Ciancimino, infatti,
contesta ai politici di aver acceso un
dibattito sul motivo delle sue dichiarazioni.
«“Lo fa per salvare il tesoro”, “lo fa
per lo sconto di pena”, dicono di tutto,
il dibattito passa dalla politica alla cosiddetta
società civile mentre nessuno
ha capito che faccio quello che faccio
perché ne sono convinto, perché lo devo
a mio figlio. Io ho già pagato per tutti,
lui non deve passare quello che ho passato
io». Un percorso interiore, quello
che spiega il figlio di don Vito, che è
anche una via per il riscatto. «Io sono
orgoglioso di ciò che faccio, di entrare
in Procura e cercare di essere utile. C’è
gente che mi applaude quando entro in
negozio o quando salgo su un treno. Mi
accade a Bologna, da altre parti, ma non
a Palermo. Lì sputano a terra». La voce
di Massimo Ciancimino si inclina verso
il nervosismo quando si parla della sua
città natia: «A Palermo omertà uguale
a normalità. L’anomalia sono io che
parlo, non Cuffaro che festeggia una
condanna - dice riferendosi all’ex presidente
della Regione siciliana condannato
per favoreggiamento aggravato a
Cosa nostra -. Io quando ho subito la
condanna ho pianto. Ma anch’io sono
un palermitano e mi tocca rispettare il
contesto». E a Palermo Massimo ha vissuto
quello che sicuramente è stato un
crocevia della sua vita.
Alla facoltà di Giurisprudenza ha presentato
Don Vito, il libro scritto con
Francesco La Licata, giornalista de
La Stampa, edito dalla Feltrinelli, in
cui racconta - in alcuni tratti assieme
col fratello Giovanni - la vita vissuta al
fianco del padre: dallo strapotere degli
anni Settanta, quando casa Ciancimino
era il viatico di politici, imprenditori e
dei più importanti mafiosi, alla scomparsa
di Vito Ciancimino, col sospetto
che non si sia trattato di una morte naturale.
Nello stesso tavolo sedeva Salvatore
Borsellino, fratello del magistrato
ucciso dalla mafia. Un Ciancimino e un
Borsellino che condividono uno stesso
spazio alla faccia del vecchio motto che
recitava: «Meglio un giorno da Borsellino
che cento anni da Ciancimino». «È
stato emozionante - confessa Massimo
. Salvatore è stato subito molto diretto
e concreto e mi sono commosso quando
mi ha ringraziato per quello che stavo
facendo. Io gli ho risposto che, forse,
lottiamo per la stessa cosa».
In quell’occasione, come in tante altre,
era circondato dai giornalisti, una categoria
che rispetta. «Dopo un principio
di diffidenza, alla fine mi hanno
capito e mi hanno dato fiducia. Ma,
puntualmente, anche per loro - Michele
Santoro e Sandro Ruotolo ad
esempio - sono partite minacce con
tanto di proiettili per kalashnikov».
Una categoria che, come il resto degli
italiani, brama per sapere e poter raccontare
cosa è successo in quegli anni
a cavallo delle stragi mafiose, quando
la Prima repubblica ha lasciato il passo
alla Seconda, quando Cosa nostra ha
alzato il tiro e quando sono entrate in
campo forze ancora oscure che, come
ha detto Massimo Ciancimino nelle
sue deposizioni, sostenevano e guidavano
la strategia stragista di Cosa nostra.
Dal fallito attentato all’Addaura
del 1989 a quello mancato allo stadio
Olimpico di Roma del gennaio 1994.
Alcuni di questi personaggi ora, grazie
anche a Ciancimino, hanno un nome e
un volto e molto da spiegare. Non solo ai magistrati.
venerdì 18 giugno 2010
«Non ci serve più un politico amico alla Presidenza della Regione… Deve essere, invece, come se fossi io il Presidente della Regione…»
Leoluca Bagarella
(Per l’inchiesta "Le poltrone degli indagati")
di Antonio Ingroia (Procuratore aggiunto
della procura distrettuale
antimafia di Palermo)
La temperatura al calor bianco delle polemiche che hanno occupato il dibattito degli ultimi mesi sul tema dei rapporti mafia e politica nella cosiddetta “Seconda Repubblica” ed in tempi recenti, è indicativo della difficoltà della politica ad affrontare temi del genere in modo pacato, sereno ed equilibrato, eventualmente confrontando opinioni diverse. Per stemperare gli umori forse occorre partire da lontano. Aumentare la distanza dalla materia aiuta l’analisi e ci allontana in modo benefico dalle polemiche dell’attualità. Chi rimane scandalizzato per certe risultanze processuali su vicende politiche recenti, tutte da vagliare, ovviamente, con rigore e cautela, dovrebbe prima voltarsi indietro. E farsi qualche domanda.
Prima domanda: esiste la mafia senza rapporti con la politica? La risposta è no. Se la mafia non avesse avuto rapporti con la politica sarebbe già stata sconfitta. Sarebbe solo un’organizzazione di tipo gangsteristico, più facile da combattere ed eliminare. Qualche esempio? Sarebbe mai riuscito lo Stato unitario piemontese a frenare la reazione borbonica senza alcun sostegno della mafia? Non è un caso che il primo salto di qualità del potere mafioso si realizzò con l’introduzione del suffragio universale che consentì alla mafia di estendere la sua influenza e rinsaldare il connubio col potere politico, locale e nazionale. Né può dimenticarsi il ruolo decisivo svolto dalla mafia a supporto dello sbarco delle truppe alleate nel 1943, per la riuscita del quale gli americani infatti conclusero un accordo con i capimafia siciliani. Questi assicurarono il loro sostegno ed appoggio, in cambio di una sorta di patto di convivenza, stipulato alla fine di una trattativa intermediata da Lucky Luciano. L’inclinazione della mafia a “trattare”, potere stabilizzante di mediazione piuttosto che pura violenza destabilizzante, è perciò storica. E si è riprodotta a cominciare dal dopoguerra per tutta la Prima Repubblica. L’utilizzo della mafia in funzione anticomunista per frenare le masse contadine, come dimostrano fatti tragici come la strage di Portella della Ginestra, e l’eliminazione di tanti dirigenti sindacali, costituì la premessa per l’intrecciarsi di inestricabili legami con i partiti di governo, ed in particolare col partito di maggioranza dell’epoca, e cioè la Democrazia Cristiana. Gli studi storici, prima ancora che l’esito di alcuni processi, hanno consentito di ricostruire genesi ed evoluzione del rapporto simbiotico che si realizzò fra il sistema di potere mafioso e il sistema clientelare gestito da settori assai influenti della politica.
Diversa è stata la sorte giudiziaria dei vari politici finiti sotto processo. Importanti furono le condanne dei primi potenti accusati di collusione mafiosa, come l’ex-sindaco DC del “sacco edilizio” di Palermo, Vito Ciancimino, ed i potenti cugini Nino e Ignazio Salvo. Risalgono ad epoca più recente la stagione dei processi su mafia e politica, che ha visto l’on. Calogero Mannino definitivamente assolto e scagionato dalle accuse, e l’ex senatore Vincenzo Inzerillo condannato in primo e secondo grado; il deputato regionale Pino Giammarinaro è stato assolto, mentre l’on. Franz Gorgone è stato condannato in via definitiva. Definitiva è pure la sentenza che ha giudicato il senatore Andreotti responsabile del delitto di associazione per delinquere di tipo mafioso fino al 1980 (reato prescritto) e assolto per il periodo successivo. Mentre i rapporti dell’on. Lima con Cosa Nostra sono stati dimostrati post mortem al processo per il suo omicidio. Altri procedimenti sono attualmente in corso, in fase di indagini preliminari, e pertanto sono argomenti sui quali, da parte di un magistrato, è meglio non entrare nel merito. Ebbene, questi processi hanno consentito di evidenziare due diversi modelli di relazioni fra mafia e politica: il modello Lima ed il modello Ciancimino. Il modello Lima è nel solco della relazione tradizionale nel quale viene stipulato un contratto collusivo fra il potere criminale che controlla un dato territorio, e che garantisce perciò consistenti pacchetti di voti in occasione delle competizioni elettorali, e i singoli uomini politici, che garantiscono favori e protezioni nell’esercizio della loro attività politico-parlamentare e del loro potere di influenza. Il modello Ciancimino ha costituito una novità introdotta dal metodo “corleonese” di appropriazione violenta degli spazi di potere, in quanto si caratterizza per il ruolo di primazia che tende ad assumere il potere criminale rispetto al suo referente politico.
Una mutazione si verifica nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica e attraverso la stagione stragista del ‘92-’93 che sanziona la rottura col modello tradizionale di rapporto mafia-politica, il “modello Lima”. Uccidendo Lima la mafia vuole cancellare quel modo di relazionarsi con la politica, rivelatosi inadeguato stante l’esito, fallimentare per Cosa Nostra, del promesso “aggiustamento” del maxiprocesso. Uno dei capi corleonesi, Leoluca Bagarella, cognato di Salvatore Riina, pronuncia una frase chiave, poi riferita da alcuni pentiti, quando afferma che di certi politici non ci si può più fidare e che in futuro non bisogna commettere gli stessi errori del passato, in quanto bisognerà controllare la politica senza mediazioni. “Non ci serve più - dice Bagarella - un politico “amico” alla Presidenza della Regione, perché l’amico ci può tradire, ci può voltare le spalle. Deve essere, invece, come fossi io il Presidente della Regione… “ . Quello che è emerso dalle indagini e dai processi degli anni successivi sui rapporti fra mafia e politica è che si è ridotta la distanza fra gli interessi della mafia e quelli della politica. Il rapporto fra mafia e politica, specialmente negli ultimi anni, in cui la mafia è soprattutto mafia finanziaria e mafia degli affari, si è perciò caratterizzato per una sempre più spiccata compenetrazione di interessi. Molte delle indagini in materia di rapporti fra mafia e politica degli ultimi anni evidenziano perciò un quadro particolarmente allarmante, che rivela una duplice e contestuale mutazione in corso. Da una parte, mutano i vertici delle organizzazioni mafiose, nel senso che assumono un ruolo sempre più importante ai vertici dell’organizzazione criminale i consulenti finanziari, i professionisti, gli imprenditori, i colletti bianchi, i più alti esponenti della borghesia mafiosa, quella che un tempo veniva chiamata “la mafia in guanti gialli”. Dall’altra parte, è mutato il quadro politico, dove la rinuncia della politica a rivestire il ruolo di mediazione fra interessi privati ed interessi pubblici, una politica che non riesce più ad essere stanza di compensazione per gli interessi privati che ormai irrompono nelle istituzioni e se ne impossessano, facilita la penetrazione anche degli interessi mafiosi. Con il risultato di una sempre maggiore permeabilità del sistema politico da parte degli interessi illeciti, mafiosi compresi. Con l’aggravante che la sempre minore tenuta del sistema penale, dove domina l’ampliamento delle sacche di illegalità impunita anche all’interno del circuito istituzionale, favorisce anch’esso l’estendersi delle condotte illecite negli ambienti più disparati, specie in quelli che godono di maggiori chance di impunità…
domenica 23 maggio 2010
Inchieste
Scheda dell’inchiesta "Le poltrone degli indagati"
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(Per l’inchiesta "Le poltrone degli indagati")
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